«Vietato sputare e parlare la lingua locale» — La glottofobia che ho vissuto in Francia
Voi che imparate il francese, pensate che esista un solo "francese"? In realtà, esistono in Francia delle discriminazioni profondamente radicate legate al modo di parlare e all'accento, al punto che è stata creata una parola apposita: la «glottofobia».

Un cartello un tempo affisso nelle scuole. Vi si legge: "È vietato sputare a terra e parlare bretone".
All'epoca di mia nonna, questo cartello era affisso all'ingresso delle scuole. Parlare la propria lingua madre era trattato allo stesso modo di un atto sporco o igienicamente condannabile. Per me, nato in Bretagna, questa non è una semplice aneddoto storico, ma una storia dolorosa che mi tocca da vicino.
Questo divieto non era solo una semplice «regola scolastica». All'epoca dei miei nonni, se sfuggiva loro per errore una parola di bretone a scuola, non era raro che venissero picchiati dall'insegnante o che ricevessero pesanti punizioni. Essere privati della propria lingua non significa solo cambiare il proprio modo di parlare. Era un'educazione crudele che incideva profondamente nel cuore dei bambini un complesso di inferiorità: l'idea che le proprie radici fossero una vergogna.
Io stesso mi sono scontrato con il muro del «francese standard» quando sono andato a Parigi per i miei studi universitari. Quando parlavo, i parigini a volte fingevano di non capire o prendevano in giro il mio accento. Per non essere schernito e per essere riconosciuto come uno «studente serio», ho dovuto cancellare il mio accento d'origine e adottare un «francese standard, neutro e incolore», simile a quello dei presentatori dei telegiornali.
L'accento regionale: un tempo il fascino del cinema francese
È interessante notare che gli accenti non sono sempre stati visti di buon occhio. Tra gli anni '30 e '50, gli adattamenti dei romanzi di Marcel Pagnol (come Marius) mettevano in scena l'accento gioioso di Marsiglia, che era allora adorato in tutta la Francia.

Il film "Marius" di Marcel Pagnol. Un'epoca in cui l'accento del Sud della Francia era celebrato e amato da tutti.
Per la gente dell'epoca, gli accenti regionali evocavano «il sole, le vacanze e il calore umano». Era qualcosa di molto seducente. Tuttavia, con la generalizzazione della televisione e della radio, i media hanno iniziato a esigere un francese «senza colore né caratteristiche». Gli accenti regionali sono stati allora etichettati come «mancanza di istruzione» o «vecchiume», prima di scomparire dalla scena pubblica.
Un «muro invisibile» in politica: l'esempio dell'ex Primo Ministro Jean Castex
Se nelle serie TV si comincia a vedere una rivalutazione della diversità degli accenti, nel centro del potere politico, il «francese standard» resta una regola assoluta.

L'ex Primo Ministro Jean Castex. Il suo accento regionale è stato oggetto di numerosi dibattiti nei circoli politici e nella società francese.
L'esempio più simbolico è quello dell'ex Primo Ministro Jean Castex. Al momento della sua nomina, il suo forte accento del Sud-Ovest ha suscitato un'ondata di critiche sui social network, con alcuni che lo paragonavano a un «commentatore di rugby», mettendo così in dubbio la sua credibilità intellettuale. Sorprendentemente, per mantenere la sua autorità, ha finito per attenuare il suo accento per avvicinarsi al francese standard. Per incarnare il volto della Francia, bisogna «cancellare» le proprie radici: ecco la realtà della glottofobia attuale.
Il «code-switching»: i miei due volti
In linguistica, si usa il termine «code-switching» (commutazione di codice). È il fatto di cambiare istantaneamente il proprio modo di parlare a seconda dell'interlocutore o della situazione.
Il mio quotidiano è una successione di questi cambiamenti. Quando vedo degli amici in Bretagna, il ritmo rallenta e le intonazioni tipiche tornano naturalmente. In quel momento, respiro come «bretone». Ma non appena entro in classe come professore, l'interruttore cambia. Articolo di più e uso un «francese asettico», senza alcuna traccia regionale.
Questo cambiamento è una strategia di sopravvivenza che ho sviluppato per evolvermi nella società francese. Quando persone di altre regioni mi dicono: «Non riusciamo a indovinare da dove vieni», provo un sentimento complesso. È al tempo stesso un orgoglio professionale e, allo stesso tempo, una «maschera trasparente» ottenuta al prezzo del sacrificio di una parte della mia identità.
Questa «maschera trasparente» è forse l'arma che ho acquisito per evolvermi nella società francese. Ma oggi, penso anche questo: la vera bellezza del francese non risiede nella forma unica del francese standard, ma piuttosto nella «diversità delle sonorità» dove si incarnano la memoria dei territori e il calore umano.
Imparare una lingua non consiste solo nell'acquisire una «pronuncia corretta». È anche imparare a tendere l'orecchio verso la voce di qualcuno che possiede un bagaglio diverso dal nostro. Nelle mie lezioni, pur insegnando il francese standard, voglio anche trasmettere la ricchezza di questa diversità. Perché è, secondo me, l'unica forma di resistenza e di onestà possibile per colui al quale, un tempo, è stato negato il diritto di avere la propria voce.
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